Una sera, primavera, pasta fresca a champange

scritto da sanfedista il 9 aprile 2015,17:12
I primi pomeriggi di primavera. I pomeriggi con il sole intricato tra le poche nuove foglie degli alberi. Indossavo camicie bianche e un sorriso incerto. Incerto perchè mutava per piccole inclinazioni di pochi gradi, da un’ allegria partecipata, ad un distacco annoiato fino a schernire un po’ di timidezza. Sono un timido, della peggior specie, di quella che sono diventati timidi non per una particolare predisposizone personale ma senza dubbio per educazione familiare. Mio padre è sempre stato davvero brillante, un assoluto vincente. I francesi direbbero flamboyant. Mi spingeva come ogni padre ad essere come lui. Io ritenevo fosse molto meglio di me. L’ho sempre visto come inarrivabile. Lui voleva fossi brillante come lui e quindi odiandolo, come ogni figlio di padre con carattere, facevo esattamente l’opposto: “Ti presento mio figlio, ha la tua età…”. Un “ciao” davvero sofferto fuggiva via da una bocca poco meno che serrata. Per il lavoro che fa, ha sempre ben gestito il convivio. Molto conosciuto e molto anche corteggiato. Ed io quando ero con lui mi sentivo sempre al centro di un fascio di un riflettore. Tutti mi guardavano come se di lì a poco avrei brillantemente imbastito una conversazione. Avevano la risata in gola. La preparavano incondizionatamente. Sapevano che il figlio di XXXX non avrebbe deluso. Ero più bello di lui. Avrei solo dovuto sorridere e dire qualsiasi sciocchezza anche solo un po’ arguta ed avrei egualmente soddisfatto i crediti concessi dagli amici di papà ed il suo desiderio di vedere se proseguire in me. Mi rifugiavo invece nelle mie scarpe. Pensavo in quei secondi che in realtà ero il mio piede, che migrando velocemente da cervello al piede avrei trovato sollievo. Il sorriso mi riusciva sempre ma l’arguzia così lontano dagli emisferi cerebrali davvero no e finivo quindi per mugugnare qualcosa o peggio, ridere io alle battute di qualcun’altro. Un vero e proprio smacco per un brillante.
 
A 20 anni, mio padre non viveva più con me da sei. Mi ero quindi pacificato con la sua parte in me e stavo anche cominciando il percorso che mi avrebbe ricongiunto con la sua parte in lui. Come tutti i giocattoli nuovi non mi veniva mai a noia. Maneggiavo la mia brillantezza abbastanza bene e proprio come lui cominciavo ad avere un nutrito gruppo di appassionati. Davo finalmente sostanza ai pregiudizzi. Si ero un figlio d’arte. I pomeriggi di primavera erano per me questo. Lunghi, lunghissimi spazi di piacere. Il giocattolo non solo era nuovo ma lo padroneggiavo. Ed ecco che la formula magica era pronta. Avevo un potere.  In primavera Napoli è splendida. La buona borghesia cittadina detesta l’inverno. La primavera quindi arriva sempre come una liberazione, violenta. Si tende a pensare sia quasi estate. Feste, feste, cene e ritrovi. E la notte, trascorsa la sera, si decideva quasi con ansia vitale su come impegnare la notte successiva. Sempre più lunghe, avide e deliziose. Anni di terrazzi sul mare o sulle spiagge di ville a Posillipo. E la notte fonda parlavi con una tua vecchia amica, entrambi giustamente ubriachi su quanto fosse eccellente l’arte. Solo argomenti sublimi. Solo questioni elevate solo sguardi profondi di compiacimento benestante. Granelli di sabbia tra le dita, velocità elevate in città e promesse eterne di follia. Ebbi per un breve periodo una donna splendida. La invitai a cena e le presi pasta fresca. Cucinai per lei e aprii champagne. Prima di fare l’amore parlammo fittamente per due ore, intervallando le parole a silenzi galvanici. E’ stata una delle sere più totali della mia vita. E’ successo davvero. Eppure ora a ricordarlo sembra un racconto. Si vivevano momenti irreali, impossibili, senza accorgersene, con la leggerezza della profondissima insipienza: la coppa sarebbe sempre stata piena, la notte sempre fonda, la camicia sempre bianca, la primavera sempre alle porte.  

la corda

scritto da sanfedista il 19 marzo 2015,16:36
dove fuggi via? dove di fretta scompari nel bosco? Da dove mi guarderai voltandoti?
l’aria di che luogo si farà vento sulla faccia per il tuo correre. Quanto allungherai la corda, quanto la allungherai prima di renderti conto che non esiste, che arrivata ai confini del giorno nulla ti tratterrà la caviglia?

Una pagina bianca

scritto da sanfedista il 23 febbraio 2015,16:04
su tutte le cose visibili e invisibili, su tutto quello che ancora dobbiamo fare, su quello che abbiamo fatto e su quello che stiamo vivendo. Un tempo io credo di essere stato un altro. Io non penso di essere alla mia prima esperienza di vita. Non voglio definirla reincarnazione, non saprei come chiamarla, ma molte cose che vivo mi sembrano troppo banali per essere successe solo la prima volta. molte cose, la maggior parte invero, non mi stupiscono nè mi rendono particolarmente allegro. ho sempre creduto si trattasse di indifferenza al vivere, un cinismo distaccato che ti fa apparire tutto, anche le più grandi novità, assolutamente svuotate da ogni forma di emozione. mi odiavo però, quando pensavo questa cosa mi odiavo, mi chiedevo perchè io tra tanti fossi stato infettato con il seme dell’indifferenza, del sublime distacco ma anche della assoluta svogliatezza nel cimentarsi nelle opere a causa di una sensazione costante di essere già arrivato. oggi incostante anche nell’odiarmi ho trovato una soluzione migliore. io sono alla 40 esima vita. ho già fatto un bel percorso di strada, ho già vissuto accadimenti, ere e grandi personaggi quindi oggi un nuovo amore oppure una tragedia globale non mi fanno in alcun mondo singultare il cuore, nè nel bene nè nel male.
 
Sono una barca nella corrente. Non una zattera nè un tronco, ma uno splendido bialbero con la carena bianca e il tek lucidissimo. Con i bronzi perfettamente lucidi e con un intero equipaggio in una immacolata uniforma bianca e assolutamente pronto ad ogni evenienza. Ma comunque in balia della corrente. Dettaglio un po’ perchè non voglio si pensi che sono in balia della corrente per un qualche stato di necessità o inadeguatezza. Non sono incapace di oppormi ai flussi e tracciare una rotta, non mi mancano nemmeno i mezzi. Io sono nella corrente per scelta inconsapevole. Mi ci sono trovato.
 
L’immagine di me ammetto non è delle migliori. In una società in cui si rimarca costantemente l’idea di scelta, di decisione, di consapevolezza, noi indecisi inconsapevoli ne usciamo abbastanza devastati. Non ci scelgono mai per vendere i profumi “Gator il profumo per l’uomo indeciso”; “Tribol l’essenza per il maschio inconsapevole”. Eppure noi indecisi per scelta, noi volenterosi disillusi siamo credo la spina dorsale della società, i questori dell’equilibrio. Io nella vita ho avuto tutto. No forse tutto no, ma tanto si sicuramente. A 18 anni ho avuto una automobile che volevo, non un’automobile. Un’automobile che volevo. Una macchina che avevo valutato e scelto. A 21 dopo soli 3 anni avevo una mini cooper nuova 24 mila euro senza nemmeno fare in tempo a dire “…vorr…”. Che puff l’avevo sotto il sedere, e non era venduta da sola, ma aveva in dotazione sempre una splendida ragazza. Una volta stavo guidando con la mia macchina nuova, la mini rossa con il tetto bianco, verso pozzuoli. Avevo accanto una splendida ragazza. Aveva un vestitino bianco di cotone che la fasciava totalmente, aveva capelli neri mossi, occhi scuri, e carnagione scura, una borsetta rossa e un caldo odore di miele e abbronzatura, quell’odore salmastro e caldo. Guidavo con un po’ di musica, era il secondo appuntamento, quando un po’ di vento entrò dal finestrino. Lei ebbe un brivido e le si inturgidirono i capezzoli, visibilissimi da quel vestito. La guardai, li guardai lei mi guardò, e scoppiò a ridere, mi eccitai e se ne accorse, e senza interrompere in alcun modo il silenzio, fatto di sguardi e sorrisi, si chinò gentilmente su di me, mi slacciò i pantaloni e mi fece un pompino mentre guidavo. Fu una delle 7 volte in vita mia che sono venuto con un pompino.
 
Ecco come sono stati i miei 20 anni. Una lunghissima strada, percorsa al tramonto estivo, tra il Vomero e Pozzuoli, verso un bar sul mare, guidando una mini mentre una splendida ragazza mi faceva un pompino. Ovviamente con musica in sottofondo.
 
A 20 anni mi sembrava davvero interessante che la vita avesse scelto per me. In fondo non aveva sbagliato un colpo. Ero nato nel lato giusto del mondo e nell’emisfero giusto. All’interno di questa élite facevo parte di una ulteriore élite. Papà direttore generale, mamma dolce e dedita. Nobile di famiglia, case in montagna (una sugli appennini, in Abruzzo e l’altra sulle alpi in Sud Tirolo), casa di proprietà con con camera vista golfo di Napoli, cameriere, baby sitter, scuola privata, università con feste annesse e viaggi nei 5 continenti (in tutti e 5). Insomma io era quel fottuto 0,075% del mondo, del genere umano, della specie, che rientrava nella definizione di “ricco”. Cazzo vi rendete conto? Un ottimo giro iniziale di roulette. Io signori la mia lotteria l’ho già vinta. C’è gente che gioca per una vita il lotto, guardando con trepidazione i numeri della estrazione e sognando di avere grazie alla vincita anche solo un quarto di quello che io già possedevo il 24 aprile del 1982 venendo al mondo alle 6 precise di mattina. La vita aveva scelto bene per me, e Dio, non avrei mai voluto smettesse di scegliere per me.
 
Ero felice? Beh sissignore lo ero! O forse no. Per la verità avevo conosciuto l’infelicità abbastanza presto nella mia vita. Forse appena sviluppata la ragione. Mi concentravo più sulle cose brutte, su quelle che andavano storte piuttosto che su quelle belle. Una macchinina rotta mi faceva pensare di più di una macchinina appena regalata, nuova. Al liceo, una scuola privata di snob dove quanto valevi, veniva interpretato dai compagni in maniera letterale e dove non ci si chiamava compagni ma “amici di classe”, una classe agiata, sviluppai uno smodato amore per lo scrivere. Ho sempre scritto, sempre da che ne abbia memoria, ma al liceo scrivevo di più. Scrivevo perché avevo bisogno di ricrearmi uno spazio per essere io senza me. Io senza me significava io nudo, io senza la variabile fortuna, io che decidevo, l’esito della pagina bianca e chi essere nei ricordi e nei progetti….

eri come fra’ Dolcino

scritto da sanfedista il 20 novembre 2013,16:35

“Penitenziagite” solevi ripetere.
Sgorgante giallo dal cranio 
il pensiero che s’alterna al silenzio.
Rumore pensato, in strisce affettato,
lo usasti per foderarci la stanza,
…col pensiero…che uso bizzarro.
Potevi ben stenderlo come tappeto in navata
L’Ave Maria, la grassa cantante,
che rompe di nuovo il pensiero, sudata.

 

“Penitenziagite” solevi ripetere.
Eppure a ripensarci, lo schiocco del fustigo non ti piaceva affatto
e il nerbo lo scartavi anche dal filetto
e quante storie, quanto il filo retto
ti piaceva tracciare. Da un lato e dall’altro.
“In mezzo non c’è niente!”
E se io in medio andavo a cercare, lo sciagurato ero io
che trovavo, non tu che seguitavi a celare.
Tant’è che quando scovavo, dicevi “no, no era altro, non questo”.

“Penitenziagite” solevi ripetere
Sgorgante giallo dal cranio
il pensiero. Ancora una volta
credevi di incidere su un lato di marmo
scrivevi in realtà su vetro appannato
che pure allagando di nuovo il mio bagno
non emerge dallo specchio altro che il mio volto offuscato
incorniciato, come sempre da una tua scritta che proprio non leggo.

 

 

 

Collina con albero

scritto da sanfedista il 23 luglio 2013,16:57

E’ capitato a tutti di fissare la collina con l’albero sulla sommità. E’ una delle immagini più diffuse tra gli oculisti. Quando fai la visita te la fanno fissare. Ti dicono “fissi per qualche secondo l’albero. Perfetto grazie mille”. Io quando fisso quell’albero penso sempre che mi piacerebbe esserci sotto. Appoggiato con un po’ di vento che mi lambisce la nuca. E’ un pensiero incatenato. Ovvero tutte le volte che vado dall’oculista mi dico “anche stavolta penserò al fatto che mi piacerebbe stare sotto quell’albero”. Ovviamente appena compare la foto diventa impossibile pensare ad altro.  
Sarà che tutti quanti noi siamo ormai privi non solo di solide prospettive economiche, ma anche di prospettive morali (ci hanno distrutto la fede) e politiche (hanno affossato gli ideali). Ci hanno lasciati in un momento di merda nudi e privi anche del trascendente, del superiore che salvava quelli di prima cidel rivoluzionario, quindi praticamente fottuti. Sarà tutto questo che mi fa pensare di stare sotto quell’albero quando vado dall’oculista. 

 

 

 

 

albero

 

 

 

 

 

 

Inspirare

scritto da sanfedista il 1 luglio 2013,16:58

Devo assolutamente centellinare l’ispirazione. Sono manchevole sotto molti punti di vista in questo periodo. Devo scrivere per il giornale un articolo su Truman Capote a Ischia. Sto prendendo la rincorsa da un po’ di tempo. Ma rimane ancorato come un’isola in una baia. Il pezzo non esce. Il clima è delizioso qui a Napoli. Sabato sera sono stato a Palazzo Marigliano. Al centro storico. Un posto particolare come molti in questa città. Entri in un grande portone in un vicolo, c’è un cortile interno. Sali due rampe di scale e ti trovi al cospetto di un tempio greco (l’edificio è un falso settecentesco di stile pompeiano) immerso in un giardino. Con un fontanile come sfondo. Serata bella. Si esibiva un trombettista jazz di Chicago. Ubriaco alla seconda nota. Ma i jazzisti sono così. Immersi nel giardino con un folto gruppo di socialisti contemplanti opulenze settecentesche e il trombettista, mi sono chiesto quanti votassero Berlusconi. Una mia arguta amica mi ha risposto “almeno la metà”. Ho sorriso. Va bene così. Come si fa a scrivere di T.Capote quando c’è un sole così. Quando c’è un sole così T.Capote non andrebbe nemmeno letto. E se usassi questa frase per cominciare? Intendo l’articolo? D’altronde sto ascoltando Justin Timberlake, e ve lo sto confessando; è quindi davvero questo il momento di scrivere schietto e infastidito un articolo e di gestire in maniera meno manchevole le cose che mi appartengono. 

 

 

Abitudini e vizi

scritto da sanfedista il 29 aprile 2013,23:26

Il limite tra abitudini e vizi è lo stesso tra il vogliamo e il ne abbiamo bisogno. Non c’entra la morale. Nel primo caso ci guardiamo allo specchio vestiti nel secondo ci guardiamo nudi e non ci piaciamo, ma comunque non smettiamo di guardarci concentrandoci in un particolare del nostro corpo che amiamo. L’inganno è esso stesso un vizio e lo specchio è sincero finchè lo si guarda di sfuggita, appena cominciamo a soffermarci allo specchio addolciamo l’immagine che ne deriva e il riflesso s’infrange nell’ennesimo trucco. La pena in orgoglio. La compassione in giustificazione. L’oggi in un domani a cui abbiamo consegnato la nostra cartolina, che per chissà quale motivo, riletta il giorno dopo dovrebbe essere migliore, meno aspra, più misericordiosa con la realtà dello ieri. I giudizi sono sempre immediati, trascorso il tempo sono bilanci e nei bilanci possiamo nascondere sempre la verità.

“Erano tempi diversi, e voi che avreste fatto al posto mio? Non dico che fosse la strada giusta, ma a me sembrava, in quel momento, quella più percorribile”. Un brivido lungo la schiena, le endorfine circolano e noi ci tuteliamo dalla realtà. Che evidentemente, alla fine, non esiste mai.

un tuffo al mare

scritto da sanfedista il 15 aprile 2013,18:51

Qua a Napoli è esplosa la primavera. Quando arriva la primavera tutti si è abbastanza indifferenti. Quasi infastiditi. La attendiamo sempre un po’ prima. A Napoli anche se la primavera arrivasse a dicembre diremmo “l’anno scorso è arrivata a novembre” oppure “dopo tutta questa pioggia ci mancava pure che non arrivasse”. Oggi giravo per il lungomare e c’erano alcuni ragazzi sugli scogli, uno si è spogliato e si è tuffato. Così naturalmente che per qualche secondo ho pensato di farlo anche io. Però poi mi sono guardato intorno e mi sono accorto che non c’erano compagne di classe da sedurre con un gesto guascone e quindi ho desistito. Io sono un tipo autunnale, la primavera mi turba anche perchè le cose più stupide della mia vita le ho sempre fatte in primavera. L’autunno è meglio perché te lo godi dato che poi arriva l’inverno. La primavera invece è una forma blanda dell’estate. Forse è una stagione che piace fino ai 20 anni. Si la primavera, secondo me, piace fino a quando hai 20 anni o stai all’università, poi diventa lo sfogo di una rabbia e la accogli con sufficienza. Però il castel S.Elmo come era bello stamattina, visto da via Cesario Console. Tutto definito contro il cielo, sorridente come può essere un castello.

 

 

 

ballon d’essai, Doppelgänger, opimo

scritto da sanfedista il 9 aprile 2013,11:48

E’ un periodo in cui mi sento perseguitato da me stesso. L’ombra è una iattura in realtà, perché seguendoti ti ricorda costantemente che ci sei. Il me stesso è ingombrante, opimo per l’appunto, e non sono io. Io non vivo con me vivo con un mio gemello martellante che fa della sua vaghezza la sua forza. Non mi risponde a quasi nulla e quando lo fa è solo per sondare, come un ballon d’essai, ipotetiche strade dagli esiti assolutamente incerti. Sarà che non ho fratelli, sarà che quindi non c’è confronto con un consanguineo coetaneo. Ma la mia ombra mi fa inciampare. Com’è l’altro? L’altro sono tutti i me che non sono come me ora. Questo mi ricorda di come la nostra personalità la possiamo descrivere più facilmente con le negazioni. Cosa non siamo è più definibile di ciò che siamo in un dato momento. Ma è molteplice poichè non siamo molte più cose di quelle che siamo. Questo innegabilmente ci porta turbamenti. Le cose che siamo usciranno sempre sconfitte dalla cose che non siamo, fosse altro che per il numero di possibilità che avremmo. E’ un discorso labilissimo, in cui però secondo me si cela il segreto della felicità. Non inciampare nella nostra ombra, conviverci, ci permette di alleviare di un po’ il lavoro del cervello che macina costantemente ipotetiche strategie per condurci verso altro. Mille strategie. Porte che aperte conducono a biforcazioni, che sommandosi prendono la sembianza di quei giochini con la pallina, in cui nel momento in cui la lanci non sai quale strada prenderà. Puoi solo lanciarla troverà poi lei una strada verso il premio o verso il buco. Rivalutando la passività, il fato e diminuendo la consapevolezza di se e delle possibili scelte, possiamo forse essere più felici. Non saremo mai infatti in più luoghi contemporaneamente ed allora far scegliere agli eventi può essere medicamentoso. Proseguire come la pallina il proprio percorso, evitando poi bilanci è forse uno dei migliori metodi per vivere la vita. Gli eroi romantici sono morti, l’autodeterminazione pure, navigare contro vento per arrivare forse in un luogo dove essere più felici? Investiamo lo sforzo per essere felici qui ed ora, a favore di vento.

 

 

 

fine w/e

scritto da sanfedista il 10 febbraio 2013,19:45

Uscire dal w/e, è sempre come risvegliarsi in un posto diverso da quello in cui ti eri addormentato.

Riflettevo poi stamattina di quanto parliamo con noi stessi. Cioè io continuo a parlare con me. Un dialogo con me infinito. Mi pongo delle domande e il mio cervello risponde. E’ strano come procedimento perchè le risposte dovrebbero essere già contenute nel cervello. Quindi non dovremmo porci le domande perchè le stesse domande sono solo un artificio per dare modo al cervello di comunicarci quello che già pensa, e che quindi già pensiamo noi. no? Cioè lo stesso cervello che fa le domande è quello che poi ci risponde. Mentre noi ci rivolgiamo a lui come se fosse un’ente differente, quasi ci rechiamo in maniera immaginaria da lui. Ci vediamo magari che apriamo una porta e lo consultiamo.
Non so perchè al posto di farci domande e darci risposte non ci diamo direttamente le risposte. Deve essere una sorta di difetto dell’essere umano. 
Un problema a cui forse l’evoluzione ovvierà in qualche modo.
Magari tra mille anni ci risponderemo e basta senza bisogno di farci in testa le domande per agevolare la risposta. Anzi reagiremo agli impulsi esterni direttamente con una risposta, senza chiedercelo, senza porre in atto questa clamorosa farsa. Il cervello valuterà autonomamente le opportunità e ci suggerirà quella più vantaggiosa. Senza tutto il procedimento, la pagliacciata.
 
Gli schizofrenici a questo punto credo siano quelli che sono davvero convinti che il cervello sia “altro” e non parte di noi. Quelli che portano ad estrema conseguenza questo procedimento. Forse sono più puri di noi. Forse solo un passo evolutivo dietro di noi. E noi saremo gli schizofrenici del domani.