BUIO

scritto da sanfedista il 17 aprile 2015,16:19
nel centro esatto della notte. nel germoglio più rigoglioso, l’ultimo secondo di buio che esploda in alba. nell’ora in cui più s’affatica il lampion a render fioco il nulla. e il trascorrer del tempo è giacca che a una mano nera s’incaglia e strappa. ed anche la polvere sul cubetto di pietra del manto s’appesantisce di buio; minuscola, quasi all’uomo inapparente è buia anch’essa e adagiandosi nello scuro s’amplia a dismisura divenendo essa indiscindibile dall’immenso. unendosi all’oscuro diventa il tutto presente, che avvince colla forza anche la montagna, un grano di polvere di strada al buio.
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la corda

scritto da sanfedista il 19 marzo 2015,16:36
dove fuggi via? dove di fretta scompari nel bosco? Da dove mi guarderai voltandoti?
l’aria di che luogo si farà vento sulla faccia per il tuo correre. Quanto allungherai la corda, quanto la allungherai prima di renderti conto che non esiste, che arrivata ai confini del giorno nulla ti tratterrà la caviglia?

Una pagina bianca

scritto da sanfedista il 23 febbraio 2015,16:04
su tutte le cose visibili e invisibili, su tutto quello che ancora dobbiamo fare, su quello che abbiamo fatto e su quello che stiamo vivendo. Un tempo io credo di essere stato un altro. Io non penso di essere alla mia prima esperienza di vita. Non voglio definirla reincarnazione, non saprei come chiamarla, ma molte cose che vivo mi sembrano troppo banali per essere successe solo la prima volta. molte cose, la maggior parte invero, non mi stupiscono nè mi rendono particolarmente allegro. ho sempre creduto si trattasse di indifferenza al vivere, un cinismo distaccato che ti fa apparire tutto, anche le più grandi novità, assolutamente svuotate da ogni forma di emozione. mi odiavo però, quando pensavo questa cosa mi odiavo, mi chiedevo perchè io tra tanti fossi stato infettato con il seme dell’indifferenza, del sublime distacco ma anche della assoluta svogliatezza nel cimentarsi nelle opere a causa di una sensazione costante di essere già arrivato. oggi incostante anche nell’odiarmi ho trovato una soluzione migliore. io sono alla 40 esima vita. ho già fatto un bel percorso di strada, ho già vissuto accadimenti, ere e grandi personaggi quindi oggi un nuovo amore oppure una tragedia globale non mi fanno in alcun mondo singultare il cuore, nè nel bene nè nel male.
 
Sono una barca nella corrente. Non una zattera nè un tronco, ma uno splendido bialbero con la carena bianca e il tek lucidissimo. Con i bronzi perfettamente lucidi e con un intero equipaggio in una immacolata uniforma bianca e assolutamente pronto ad ogni evenienza. Ma comunque in balia della corrente. Dettaglio un po’ perchè non voglio si pensi che sono in balia della corrente per un qualche stato di necessità o inadeguatezza. Non sono incapace di oppormi ai flussi e tracciare una rotta, non mi mancano nemmeno i mezzi. Io sono nella corrente per scelta inconsapevole. Mi ci sono trovato.
 
L’immagine di me ammetto non è delle migliori. In una società in cui si rimarca costantemente l’idea di scelta, di decisione, di consapevolezza, noi indecisi inconsapevoli ne usciamo abbastanza devastati. Non ci scelgono mai per vendere i profumi “Gator il profumo per l’uomo indeciso”; “Tribol l’essenza per il maschio inconsapevole”. Eppure noi indecisi per scelta, noi volenterosi disillusi siamo credo la spina dorsale della società, i questori dell’equilibrio. Io nella vita ho avuto tutto. No forse tutto no, ma tanto si sicuramente. A 18 anni ho avuto una automobile che volevo, non un’automobile. Un’automobile che volevo. Una macchina che avevo valutato e scelto. A 21 dopo soli 3 anni avevo una mini cooper nuova 24 mila euro senza nemmeno fare in tempo a dire “…vorr…”. Che puff l’avevo sotto il sedere, e non era venduta da sola, ma aveva in dotazione sempre una splendida ragazza. Una volta stavo guidando con la mia macchina nuova, la mini rossa con il tetto bianco, verso pozzuoli. Avevo accanto una splendida ragazza. Aveva un vestitino bianco di cotone che la fasciava totalmente, aveva capelli neri mossi, occhi scuri, e carnagione scura, una borsetta rossa e un caldo odore di miele e abbronzatura, quell’odore salmastro e caldo. Guidavo con un po’ di musica, era il secondo appuntamento, quando un po’ di vento entrò dal finestrino. Lei ebbe un brivido e le si inturgidirono i capezzoli, visibilissimi da quel vestito. La guardai, li guardai lei mi guardò, e scoppiò a ridere, mi eccitai e se ne accorse, e senza interrompere in alcun modo il silenzio, fatto di sguardi e sorrisi, si chinò gentilmente su di me, mi slacciò i pantaloni e mi fece un pompino mentre guidavo. Fu una delle 7 volte in vita mia che sono venuto con un pompino.
 
Ecco come sono stati i miei 20 anni. Una lunghissima strada, percorsa al tramonto estivo, tra il Vomero e Pozzuoli, verso un bar sul mare, guidando una mini mentre una splendida ragazza mi faceva un pompino. Ovviamente con musica in sottofondo.
 
A 20 anni mi sembrava davvero interessante che la vita avesse scelto per me. In fondo non aveva sbagliato un colpo. Ero nato nel lato giusto del mondo e nell’emisfero giusto. All’interno di questa élite facevo parte di una ulteriore élite. Papà direttore generale, mamma dolce e dedita. Nobile di famiglia, case in montagna (una sugli appennini, in Abruzzo e l’altra sulle alpi in Sud Tirolo), casa di proprietà con con camera vista golfo di Napoli, cameriere, baby sitter, scuola privata, università con feste annesse e viaggi nei 5 continenti (in tutti e 5). Insomma io era quel fottuto 0,075% del mondo, del genere umano, della specie, che rientrava nella definizione di “ricco”. Cazzo vi rendete conto? Un ottimo giro iniziale di roulette. Io signori la mia lotteria l’ho già vinta. C’è gente che gioca per una vita il lotto, guardando con trepidazione i numeri della estrazione e sognando di avere grazie alla vincita anche solo un quarto di quello che io già possedevo il 24 aprile del 1982 venendo al mondo alle 6 precise di mattina. La vita aveva scelto bene per me, e Dio, non avrei mai voluto smettesse di scegliere per me.
 
Ero felice? Beh sissignore lo ero! O forse no. Per la verità avevo conosciuto l’infelicità abbastanza presto nella mia vita. Forse appena sviluppata la ragione. Mi concentravo più sulle cose brutte, su quelle che andavano storte piuttosto che su quelle belle. Una macchinina rotta mi faceva pensare di più di una macchinina appena regalata, nuova. Al liceo, una scuola privata di snob dove quanto valevi, veniva interpretato dai compagni in maniera letterale e dove non ci si chiamava compagni ma “amici di classe”, una classe agiata, sviluppai uno smodato amore per lo scrivere. Ho sempre scritto, sempre da che ne abbia memoria, ma al liceo scrivevo di più. Scrivevo perché avevo bisogno di ricrearmi uno spazio per essere io senza me. Io senza me significava io nudo, io senza la variabile fortuna, io che decidevo, l’esito della pagina bianca e chi essere nei ricordi e nei progetti….

Al ritorno dell’autunno

scritto da sanfedista il 23 settembre 2014,14:40

C’è poi chi dice che mi sia sposato, chi dice che addirittura abbia comprato casa, viva a Napoli e lavori lì. Chi mi ha visto di recente lo sa bene che sono tutte dicerie prive di ogni fondamento. Sono qui come sempre ad aspettare l’autunno. Che è arrivato. Sono stato in america questa estate, ma non l’america finta, l’america creata a tavolino, ma l’america vera. Gli Stati Uniti. Tutto il resto, il sud e il centro, sono semplicemente luoghi disagiati come gli altri. Ed allora andiamo in Affrica no?
“Sembrare e non essere è come filare e non tessere”. Lo ha detto ieri la nonna, quasi 90 enne. E’ una frase che suona troppo bene per ragionarci su, anche perchè che differenza c’è tra filare e tessere? Oggi chi la conosce la differenza? Come d’altronde tra sembrare ed essere. 
Buon autunno a tutti. 

Considerazione serale

scritto da sanfedista il 8 maggio 2014,22:06

questi granelli di polvere che respiriamo da quale tempo arrivano? Me lo dici?

noi si che puzziamo

scritto da sanfedista il 3 aprile 2014,15:00

Napoli è sporca; Noi siamo sporchi…La nostra pelle è sporca di salsedine, di colori, di profumi… Le nostra case puzzano di Ragù la domenica, le strade puzzano di babà, di sfogliatelle… siamo fastidiosi… caotici, urliamo… diamo fastidio perchè anche se siamo tristi, riusciamo sempre a donare un sorriso a chi è piu triste di noi. Terroni che ogni domenica riempiono le tavole di commensali gioiosi, ma quanto siamo arretrati… quando con orgoglio serviamo a tavola una semplice pasta con pomodorini del Vesuvio e due foglie di freschissimo basilico raccolto dalla nostra piantina n’copp 0′ “barcone”.
Siamo arretrati perchè ancora riusciamo a sopravvivere senza gli alimenti geneticamente modificati. Siamo arretrati perchè ancora abbiamo tempo da perdere per chiacchierare con il fruttivendolo o con il macellaio.
Siamo pizza cotta nel forno a legna… siamo gente sporca di mozzarella freschissima. Siamo macchiati da 3000 anni di storia, siamo indegni detentori di 5 castelli e 365 chiese. E’ vero, puzziamo di precarietà, puzziamo di generosità e di bontà d’animo ogni giorno apriamo gli occhi e la prima cosa che diciamo è: Gesù mio, accompagnami anche oggi e ci basta questo per tornare a sperare in un futuro migliore. Puzziamo di Terra dei Fuochi, ma anche di patria del Cristo Velato, di Caravaggio,  Solimena, Ribera, Luca Giordano, Bernini, De Mura. Dobbiamo bruciare per le urla festose dei bambini di Spaccanapoli, dei pallonetti o dei quartieri, ma anche di quelle dei bambini di Posillipo, della Riviera, del Vomero. Puzziamo perchè abbiamo le donne piu belle del mondo, prosperose, calde, carnali. Donne che chi odia Napoli, può soltanto sognare. Se il Vesuvio deve “lavarci con in fuoco”  vi dico: amo la mia terra, le mie gloriose origini e se puzzo allora, beh allora va bene. E’ la “Puzza” della mia NAPOLI… e ne vado fiero.

Decalogo

scritto da sanfedista il 31 gennaio 2014,11:51

Credere significa sostanzialmente sopravvivere.

Parlare del mare increspato, dello scirocco, e di altre condizioni metereologiche, utilizzandole in chiave allegorica è una cosa disonesta. Non sbagliata ma disonesta.

Gli autobus sono rumorosi perchè mal progettati? Ovvero, gli ingegneri della AnsaldoMenariniBus pensavano che avrebbero corso sul parquet?

L’ipocondria è solo una strategia di avvicinamento al concetto della morte. L’ipocondriaco ama la vita molto di più del sano perchè ritenendo di essere sempre malato vive più momenti di sollievo puro, essenziale. Nella finestra tra la fine di una malattia immaginaria e l’inizio di quella successiva ci sono una 20 di giorni estatici. Chi, tra i sani, prova grazia e felicità per 20 giorni di seguito? L’ipocondria è quanto costa agli intelligenti la felicità.

Non credo che alcune persone siano recuperabili. Gli ignoranti e i cafoni, chi non sa vivere decorosamente, sono per me poco più che ingranaggi rotti, che producono brusio di fondo,  picchi di fastidioso rumore e vedute disgraziate. L’incedere malfermo, il nutrirsi senza alcuna creanza per il cibo e per la tavola, il parlare mostrando troppo i denti e l’accalcarsi per vedere spettacoli insulsi, mi rendono insofferente verso le persone. Tenere accesa la televisione a cena senza un’interazione  tra i commensali è l’abbrutimento incarnato, è la deumanizzazione dello strumento celebrale, ridotto a mero recettore di pensieri altri assunti acriticamente. Fare una cosa del genere è sfidare migliaia di anni di bello sopraffino, recedere agli insegnamenti e agli esempi di Rembrant, Eraclito, Mozart e Caravaggio. E’ mortificare una macchina così preziosa per compiti tanto miserabili. Spegnete la tv quando cenate e conversate.

Evidenziare i propri limiti in pubblico senza combatterli è molto peggio che nasconderli agli altri negandoli anche a se stessi. Il dire “sono così”, non ti assolva ma ti condanna.

La vita è il non fare in tempo a chiudere la finestra per una folata di vento, che il vaso è già caduto.

 

 

 

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Collina con albero

scritto da sanfedista il 23 luglio 2013,16:57

E’ capitato a tutti di fissare la collina con l’albero sulla sommità. E’ una delle immagini più diffuse tra gli oculisti. Quando fai la visita te la fanno fissare. Ti dicono “fissi per qualche secondo l’albero. Perfetto grazie mille”. Io quando fisso quell’albero penso sempre che mi piacerebbe esserci sotto. Appoggiato con un po’ di vento che mi lambisce la nuca. E’ un pensiero incatenato. Ovvero tutte le volte che vado dall’oculista mi dico “anche stavolta penserò al fatto che mi piacerebbe stare sotto quell’albero”. Ovviamente appena compare la foto diventa impossibile pensare ad altro.  
Sarà che tutti quanti noi siamo ormai privi non solo di solide prospettive economiche, ma anche di prospettive morali (ci hanno distrutto la fede) e politiche (hanno affossato gli ideali). Ci hanno lasciati in un momento di merda nudi e privi anche del trascendente, del superiore che salvava quelli di prima cidel rivoluzionario, quindi praticamente fottuti. Sarà tutto questo che mi fa pensare di stare sotto quell’albero quando vado dall’oculista. 

 

 

 

 

albero

 

 

 

 

 

 

Inspirare

scritto da sanfedista il 1 luglio 2013,16:58

Devo assolutamente centellinare l’ispirazione. Sono manchevole sotto molti punti di vista in questo periodo. Devo scrivere per il giornale un articolo su Truman Capote a Ischia. Sto prendendo la rincorsa da un po’ di tempo. Ma rimane ancorato come un’isola in una baia. Il pezzo non esce. Il clima è delizioso qui a Napoli. Sabato sera sono stato a Palazzo Marigliano. Al centro storico. Un posto particolare come molti in questa città. Entri in un grande portone in un vicolo, c’è un cortile interno. Sali due rampe di scale e ti trovi al cospetto di un tempio greco (l’edificio è un falso settecentesco di stile pompeiano) immerso in un giardino. Con un fontanile come sfondo. Serata bella. Si esibiva un trombettista jazz di Chicago. Ubriaco alla seconda nota. Ma i jazzisti sono così. Immersi nel giardino con un folto gruppo di socialisti contemplanti opulenze settecentesche e il trombettista, mi sono chiesto quanti votassero Berlusconi. Una mia arguta amica mi ha risposto “almeno la metà”. Ho sorriso. Va bene così. Come si fa a scrivere di T.Capote quando c’è un sole così. Quando c’è un sole così T.Capote non andrebbe nemmeno letto. E se usassi questa frase per cominciare? Intendo l’articolo? D’altronde sto ascoltando Justin Timberlake, e ve lo sto confessando; è quindi davvero questo il momento di scrivere schietto e infastidito un articolo e di gestire in maniera meno manchevole le cose che mi appartengono. 

 

 

Abitudini e vizi

scritto da sanfedista il 29 aprile 2013,23:26

Il limite tra abitudini e vizi è lo stesso tra il vogliamo e il ne abbiamo bisogno. Non c’entra la morale. Nel primo caso ci guardiamo allo specchio vestiti nel secondo ci guardiamo nudi e non ci piaciamo, ma comunque non smettiamo di guardarci concentrandoci in un particolare del nostro corpo che amiamo. L’inganno è esso stesso un vizio e lo specchio è sincero finchè lo si guarda di sfuggita, appena cominciamo a soffermarci allo specchio addolciamo l’immagine che ne deriva e il riflesso s’infrange nell’ennesimo trucco. La pena in orgoglio. La compassione in giustificazione. L’oggi in un domani a cui abbiamo consegnato la nostra cartolina, che per chissà quale motivo, riletta il giorno dopo dovrebbe essere migliore, meno aspra, più misericordiosa con la realtà dello ieri. I giudizi sono sempre immediati, trascorso il tempo sono bilanci e nei bilanci possiamo nascondere sempre la verità.

“Erano tempi diversi, e voi che avreste fatto al posto mio? Non dico che fosse la strada giusta, ma a me sembrava, in quel momento, quella più percorribile”. Un brivido lungo la schiena, le endorfine circolano e noi ci tuteliamo dalla realtà. Che evidentemente, alla fine, non esiste mai.