BUIO

scritto da sanfedista il 17 aprile 2015,16:19
nel centro esatto della notte. nel germoglio più rigoglioso, l’ultimo secondo di buio che esploda in alba. nell’ora in cui più s’affatica il lampion a render fioco il nulla. e il trascorrer del tempo è giacca che a una mano nera s’incaglia e strappa. ed anche la polvere sul cubetto di pietra del manto s’appesantisce di buio; minuscola, quasi all’uomo inapparente è buia anch’essa e adagiandosi nello scuro s’amplia a dismisura divenendo essa indiscindibile dall’immenso. unendosi all’oscuro diventa il tutto presente, che avvince colla forza anche la montagna, un grano di polvere di strada al buio.
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Una sera, primavera, pasta fresca a champange

scritto da sanfedista il 9 aprile 2015,17:12
I primi pomeriggi di primavera. I pomeriggi con il sole intricato tra le poche nuove foglie degli alberi. Indossavo camicie bianche e un sorriso incerto. Incerto perchè mutava per piccole inclinazioni di pochi gradi, da un’ allegria partecipata, ad un distacco annoiato fino a schernire un po’ di timidezza. Sono un timido, della peggior specie, di quella che sono diventati timidi non per una particolare predisposizone personale ma senza dubbio per educazione familiare. Mio padre è sempre stato davvero brillante, un assoluto vincente. I francesi direbbero flamboyant. Mi spingeva come ogni padre ad essere come lui. Io ritenevo fosse molto meglio di me. L’ho sempre visto come inarrivabile. Lui voleva fossi brillante come lui e quindi odiandolo, come ogni figlio di padre con carattere, facevo esattamente l’opposto: “Ti presento mio figlio, ha la tua età…”. Un “ciao” davvero sofferto fuggiva via da una bocca poco meno che serrata. Per il lavoro che fa, ha sempre ben gestito il convivio. Molto conosciuto e molto anche corteggiato. Ed io quando ero con lui mi sentivo sempre al centro di un fascio di un riflettore. Tutti mi guardavano come se di lì a poco avrei brillantemente imbastito una conversazione. Avevano la risata in gola. La preparavano incondizionatamente. Sapevano che il figlio di XXXX non avrebbe deluso. Ero più bello di lui. Avrei solo dovuto sorridere e dire qualsiasi sciocchezza anche solo un po’ arguta ed avrei egualmente soddisfatto i crediti concessi dagli amici di papà ed il suo desiderio di vedere se proseguire in me. Mi rifugiavo invece nelle mie scarpe. Pensavo in quei secondi che in realtà ero il mio piede, che migrando velocemente da cervello al piede avrei trovato sollievo. Il sorriso mi riusciva sempre ma l’arguzia così lontano dagli emisferi cerebrali davvero no e finivo quindi per mugugnare qualcosa o peggio, ridere io alle battute di qualcun’altro. Un vero e proprio smacco per un brillante.
 
A 20 anni, mio padre non viveva più con me da sei. Mi ero quindi pacificato con la sua parte in me e stavo anche cominciando il percorso che mi avrebbe ricongiunto con la sua parte in lui. Come tutti i giocattoli nuovi non mi veniva mai a noia. Maneggiavo la mia brillantezza abbastanza bene e proprio come lui cominciavo ad avere un nutrito gruppo di appassionati. Davo finalmente sostanza ai pregiudizzi. Si ero un figlio d’arte. I pomeriggi di primavera erano per me questo. Lunghi, lunghissimi spazi di piacere. Il giocattolo non solo era nuovo ma lo padroneggiavo. Ed ecco che la formula magica era pronta. Avevo un potere.  In primavera Napoli è splendida. La buona borghesia cittadina detesta l’inverno. La primavera quindi arriva sempre come una liberazione, violenta. Si tende a pensare sia quasi estate. Feste, feste, cene e ritrovi. E la notte, trascorsa la sera, si decideva quasi con ansia vitale su come impegnare la notte successiva. Sempre più lunghe, avide e deliziose. Anni di terrazzi sul mare o sulle spiagge di ville a Posillipo. E la notte fonda parlavi con una tua vecchia amica, entrambi giustamente ubriachi su quanto fosse eccellente l’arte. Solo argomenti sublimi. Solo questioni elevate solo sguardi profondi di compiacimento benestante. Granelli di sabbia tra le dita, velocità elevate in città e promesse eterne di follia. Ebbi per un breve periodo una donna splendida. La invitai a cena e le presi pasta fresca. Cucinai per lei e aprii champagne. Prima di fare l’amore parlammo fittamente per due ore, intervallando le parole a silenzi galvanici. E’ stata una delle sere più totali della mia vita. E’ successo davvero. Eppure ora a ricordarlo sembra un racconto. Si vivevano momenti irreali, impossibili, senza accorgersene, con la leggerezza della profondissima insipienza: la coppa sarebbe sempre stata piena, la notte sempre fonda, la camicia sempre bianca, la primavera sempre alle porte.  

la corda

scritto da sanfedista il 19 marzo 2015,16:36
dove fuggi via? dove di fretta scompari nel bosco? Da dove mi guarderai voltandoti?
l’aria di che luogo si farà vento sulla faccia per il tuo correre. Quanto allungherai la corda, quanto la allungherai prima di renderti conto che non esiste, che arrivata ai confini del giorno nulla ti tratterrà la caviglia?

senza metafore

scritto da sanfedista il ,15:50
eppure imparai a scrivere senza metafore. imparai a scrivere e a descrivere senza più paragonare i pensieri agli stagni salati, le lacrime a gocciole di catini che scorrono via solo quando il recipiente è colmo, o te a un grammo di elemento chimico appena scovato. imparai ad osservarti senza paragonarti a nulla, mi liberai dal tutto l’inutile che distoglieva il pensiero dall’essenza di te riassunta in te. La mente non s’allontanava dal tuo concetto in cerca di parole già dette o panorami visti, fisso su di te, come il mio occhio fisso su di te. Un nuovo assoluto, un paragone senza precedenti.  

Una pagina bianca

scritto da sanfedista il 23 febbraio 2015,16:04
su tutte le cose visibili e invisibili, su tutto quello che ancora dobbiamo fare, su quello che abbiamo fatto e su quello che stiamo vivendo. Un tempo io credo di essere stato un altro. Io non penso di essere alla mia prima esperienza di vita. Non voglio definirla reincarnazione, non saprei come chiamarla, ma molte cose che vivo mi sembrano troppo banali per essere successe solo la prima volta. molte cose, la maggior parte invero, non mi stupiscono nè mi rendono particolarmente allegro. ho sempre creduto si trattasse di indifferenza al vivere, un cinismo distaccato che ti fa apparire tutto, anche le più grandi novità, assolutamente svuotate da ogni forma di emozione. mi odiavo però, quando pensavo questa cosa mi odiavo, mi chiedevo perchè io tra tanti fossi stato infettato con il seme dell’indifferenza, del sublime distacco ma anche della assoluta svogliatezza nel cimentarsi nelle opere a causa di una sensazione costante di essere già arrivato. oggi incostante anche nell’odiarmi ho trovato una soluzione migliore. io sono alla 40 esima vita. ho già fatto un bel percorso di strada, ho già vissuto accadimenti, ere e grandi personaggi quindi oggi un nuovo amore oppure una tragedia globale non mi fanno in alcun mondo singultare il cuore, nè nel bene nè nel male.
 
Sono una barca nella corrente. Non una zattera nè un tronco, ma uno splendido bialbero con la carena bianca e il tek lucidissimo. Con i bronzi perfettamente lucidi e con un intero equipaggio in una immacolata uniforma bianca e assolutamente pronto ad ogni evenienza. Ma comunque in balia della corrente. Dettaglio un po’ perchè non voglio si pensi che sono in balia della corrente per un qualche stato di necessità o inadeguatezza. Non sono incapace di oppormi ai flussi e tracciare una rotta, non mi mancano nemmeno i mezzi. Io sono nella corrente per scelta inconsapevole. Mi ci sono trovato.
 
L’immagine di me ammetto non è delle migliori. In una società in cui si rimarca costantemente l’idea di scelta, di decisione, di consapevolezza, noi indecisi inconsapevoli ne usciamo abbastanza devastati. Non ci scelgono mai per vendere i profumi “Gator il profumo per l’uomo indeciso”; “Tribol l’essenza per il maschio inconsapevole”. Eppure noi indecisi per scelta, noi volenterosi disillusi siamo credo la spina dorsale della società, i questori dell’equilibrio. Io nella vita ho avuto tutto. No forse tutto no, ma tanto si sicuramente. A 18 anni ho avuto una automobile che volevo, non un’automobile. Un’automobile che volevo. Una macchina che avevo valutato e scelto. A 21 dopo soli 3 anni avevo una mini cooper nuova 24 mila euro senza nemmeno fare in tempo a dire “…vorr…”. Che puff l’avevo sotto il sedere, e non era venduta da sola, ma aveva in dotazione sempre una splendida ragazza. Una volta stavo guidando con la mia macchina nuova, la mini rossa con il tetto bianco, verso pozzuoli. Avevo accanto una splendida ragazza. Aveva un vestitino bianco di cotone che la fasciava totalmente, aveva capelli neri mossi, occhi scuri, e carnagione scura, una borsetta rossa e un caldo odore di miele e abbronzatura, quell’odore salmastro e caldo. Guidavo con un po’ di musica, era il secondo appuntamento, quando un po’ di vento entrò dal finestrino. Lei ebbe un brivido e le si inturgidirono i capezzoli, visibilissimi da quel vestito. La guardai, li guardai lei mi guardò, e scoppiò a ridere, mi eccitai e se ne accorse, e senza interrompere in alcun modo il silenzio, fatto di sguardi e sorrisi, si chinò gentilmente su di me, mi slacciò i pantaloni e mi fece un pompino mentre guidavo. Fu una delle 7 volte in vita mia che sono venuto con un pompino.
 
Ecco come sono stati i miei 20 anni. Una lunghissima strada, percorsa al tramonto estivo, tra il Vomero e Pozzuoli, verso un bar sul mare, guidando una mini mentre una splendida ragazza mi faceva un pompino. Ovviamente con musica in sottofondo.
 
A 20 anni mi sembrava davvero interessante che la vita avesse scelto per me. In fondo non aveva sbagliato un colpo. Ero nato nel lato giusto del mondo e nell’emisfero giusto. All’interno di questa élite facevo parte di una ulteriore élite. Papà direttore generale, mamma dolce e dedita. Nobile di famiglia, case in montagna (una sugli appennini, in Abruzzo e l’altra sulle alpi in Sud Tirolo), casa di proprietà con con camera vista golfo di Napoli, cameriere, baby sitter, scuola privata, università con feste annesse e viaggi nei 5 continenti (in tutti e 5). Insomma io era quel fottuto 0,075% del mondo, del genere umano, della specie, che rientrava nella definizione di “ricco”. Cazzo vi rendete conto? Un ottimo giro iniziale di roulette. Io signori la mia lotteria l’ho già vinta. C’è gente che gioca per una vita il lotto, guardando con trepidazione i numeri della estrazione e sognando di avere grazie alla vincita anche solo un quarto di quello che io già possedevo il 24 aprile del 1982 venendo al mondo alle 6 precise di mattina. La vita aveva scelto bene per me, e Dio, non avrei mai voluto smettesse di scegliere per me.
 
Ero felice? Beh sissignore lo ero! O forse no. Per la verità avevo conosciuto l’infelicità abbastanza presto nella mia vita. Forse appena sviluppata la ragione. Mi concentravo più sulle cose brutte, su quelle che andavano storte piuttosto che su quelle belle. Una macchinina rotta mi faceva pensare di più di una macchinina appena regalata, nuova. Al liceo, una scuola privata di snob dove quanto valevi, veniva interpretato dai compagni in maniera letterale e dove non ci si chiamava compagni ma “amici di classe”, una classe agiata, sviluppai uno smodato amore per lo scrivere. Ho sempre scritto, sempre da che ne abbia memoria, ma al liceo scrivevo di più. Scrivevo perché avevo bisogno di ricrearmi uno spazio per essere io senza me. Io senza me significava io nudo, io senza la variabile fortuna, io che decidevo, l’esito della pagina bianca e chi essere nei ricordi e nei progetti….

Il mio primo esame.

scritto da sanfedista il 1 ottobre 2014,17:35

Oggi sono andato all’università per questioni burocratiche e per prendere il libro di testo da studiare. Eh si per insegnare, interrogare etc bisogna innanzitutto conoscere ed io di storia del diritto romano ricordo ben poco. Per la verità c’è una storia divertente su questo. Era il 2000 ed io ero fresco iscritto a giurisprudenza. Avevo moltissima libertà ed i miei genitori mi ritenevano, errando, molto maturo. Pensavano fossi assolutamente in grado di sostenere ed organizzare i miei tempi universitari in maniera autonoma. Ed io, ingenuo, pensavo che l’università fosse un po’ come il liceo. Ovvero un posto in cui, comunque in una maniera o nell’altra te la cavavi. Trascorsi i primi 6 mesi di giurisprudenza come un infinito carnevale. Feste tutte le sere, pomeriggi con le fidanzate, gite in auto…arrivò aprile e mi resi conto che avevo dopo 15 giorni il mio primo esame. Storia del Diritto romano. Lo preparai. Il giorno dell’esame, del mio primo esame, misi dei pantaloni grigi, una camicia bianca e delle scarpe eleganti. Vennero inoltre con me tutti i miei amici, a darmi supporto. Eravamo credo in 20. Fui chiamato e andai alla cattedra con il sorriso di un vincente, in fin dei conti lo ero, scherzando con gli amici. Mi sedetti e cominciò l’esame. In pochi istanti capii che la faccenda era molto più seria del previsto. Chi era difronte a me non era ben disposto come i miei professori al liceo, ma era neutro, ovvero valutava senza emozioni, per lui ero una matricola. Mi incalzava con le domande ed io cercavo di rispondere come avevo sempre fatto quando non padroneggiavo bene la materia: deviando, cambiando argomento, sorridendo. Tutto inutile. Più io mi allontanavo dalla domanda più lui tornava ad essa, implacabile. Durò tutto una quindicina di minuti, che a me sembrarono un’eternità. L’assistente mi bocciò e ritenne anche di consigliarmi di non proseguire il mio percorso in giurisprudenza “lei non si laureerà mai”, disse certo. Tornai ai banchi sorridendo. Gli amici si avvicinarono e mi dissero,  “e allora? Come è andata? Trenta”. “Sono stato bocciato”. “Il solito buffone, non ci sfottere”. Mi feci serio e loro allora capirono. Il 10 novembre sosterrò il mio primo esame in storia del diritto romano, 14 anni dopo, dal lato giusto stavolta della cattedra, dal lato vecchio, forse. Penso sarò emozionato, ma sono sicuro ripenserò a chi mi disse “secondo me giurisprudenza non fa per lei, si iscriva ad altro, è ancora in tempo”. Lo penserò mentre mi siederò e mentre valuterò i ragazzi, chissà che non mi riveda in qualcuno, in un qualcuno a cui quel giorno, quella bocciatura alla fine servirono, poichè da quel momento compresi che qualcosa si era rotto, che avevo lasciato per sempre il mondo dei bambini per entrare in quello degli adulti, con più spigoli e meno ovatta, con più libertà ma anche con infinite responsabilità. Bello, però perchè alla fine, se davvero vuoi, se davvero insisti, ti potrai sedere anche tu dal lato giusto della cattedra.

Decalogo

scritto da sanfedista il 31 gennaio 2014,11:51

Credere significa sostanzialmente sopravvivere.

Parlare del mare increspato, dello scirocco, e di altre condizioni metereologiche, utilizzandole in chiave allegorica è una cosa disonesta. Non sbagliata ma disonesta.

Gli autobus sono rumorosi perchè mal progettati? Ovvero, gli ingegneri della AnsaldoMenariniBus pensavano che avrebbero corso sul parquet?

L’ipocondria è solo una strategia di avvicinamento al concetto della morte. L’ipocondriaco ama la vita molto di più del sano perchè ritenendo di essere sempre malato vive più momenti di sollievo puro, essenziale. Nella finestra tra la fine di una malattia immaginaria e l’inizio di quella successiva ci sono una 20 di giorni estatici. Chi, tra i sani, prova grazia e felicità per 20 giorni di seguito? L’ipocondria è quanto costa agli intelligenti la felicità.

Non credo che alcune persone siano recuperabili. Gli ignoranti e i cafoni, chi non sa vivere decorosamente, sono per me poco più che ingranaggi rotti, che producono brusio di fondo,  picchi di fastidioso rumore e vedute disgraziate. L’incedere malfermo, il nutrirsi senza alcuna creanza per il cibo e per la tavola, il parlare mostrando troppo i denti e l’accalcarsi per vedere spettacoli insulsi, mi rendono insofferente verso le persone. Tenere accesa la televisione a cena senza un’interazione  tra i commensali è l’abbrutimento incarnato, è la deumanizzazione dello strumento celebrale, ridotto a mero recettore di pensieri altri assunti acriticamente. Fare una cosa del genere è sfidare migliaia di anni di bello sopraffino, recedere agli insegnamenti e agli esempi di Rembrant, Eraclito, Mozart e Caravaggio. E’ mortificare una macchina così preziosa per compiti tanto miserabili. Spegnete la tv quando cenate e conversate.

Evidenziare i propri limiti in pubblico senza combatterli è molto peggio che nasconderli agli altri negandoli anche a se stessi. Il dire “sono così”, non ti assolva ma ti condanna.

La vita è il non fare in tempo a chiudere la finestra per una folata di vento, che il vaso è già caduto.

 

 

 

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eri come fra’ Dolcino

scritto da sanfedista il 20 novembre 2013,16:35

“Penitenziagite” solevi ripetere.
Sgorgante giallo dal cranio 
il pensiero che s’alterna al silenzio.
Rumore pensato, in strisce affettato,
lo usasti per foderarci la stanza,
…col pensiero…che uso bizzarro.
Potevi ben stenderlo come tappeto in navata
L’Ave Maria, la grassa cantante,
che rompe di nuovo il pensiero, sudata.

 

“Penitenziagite” solevi ripetere.
Eppure a ripensarci, lo schiocco del fustigo non ti piaceva affatto
e il nerbo lo scartavi anche dal filetto
e quante storie, quanto il filo retto
ti piaceva tracciare. Da un lato e dall’altro.
“In mezzo non c’è niente!”
E se io in medio andavo a cercare, lo sciagurato ero io
che trovavo, non tu che seguitavi a celare.
Tant’è che quando scovavo, dicevi “no, no era altro, non questo”.

“Penitenziagite” solevi ripetere
Sgorgante giallo dal cranio
il pensiero. Ancora una volta
credevi di incidere su un lato di marmo
scrivevi in realtà su vetro appannato
che pure allagando di nuovo il mio bagno
non emerge dallo specchio altro che il mio volto offuscato
incorniciato, come sempre da una tua scritta che proprio non leggo.

 

 

 

Stavo parlando con Angelo.

scritto da sanfedista il 27 agosto 2013,20:40

Si pensava a quanto sia alla fine felice una serena decrescita. Un rinunciare un po’ per avere molto di più. Questi giorni di vacanza li ho trascorsi in montagna. Ho conosciuto un mio coetaneo. Laureato in agraria, fa l’apicultore. Mi raccontava che la sua ultima memoria di stress risaliva all’università. Ora non ne ha più. Si sveglia la mattina percorre 4/5 km e raggiunge le sue api. Ripara le arnie, raccoglie propoli, miele e polline. Mi diceva che torna la sera a casa stanco. Ma stanco fisicamente. Ed è contento. E io penso che noi abbiamo forse perso molto di quello che ci rende felici. Il beagle, il cane, è selezionato per la caccia alla volpe. Un mio amico ne prese uno. Dopo poco gli distrusse casa, rosicchiando i mobili, i divani, le tende e le poltrone. Non era colpa del cane. Semplicemente il beagle deve cacciare di tanto in tanto una volpe. Non essendoci volpi ne brughiere su cui correre, si sfogava così. 

Noi siamo ora oggetti che rispondono ad esigenze. I professionisti, chi lavora in azienda, chi lavora con il “cervello” deve rispondere a un bisogno, a una sollecitazione, nel minor tempo possibile. Mettendo a fuoco solo un problema specifico e dando la migliore soluzione per esso. Il nostro cono visivo è drammaticamente limitato. Ridottissimo. Ci concentriamo solo su una minima problematica specificando il nostro sforzo a una piccola porzione. A domanda rispondiamo, siamo recettivi (o proattivi come ama dire qualcuno come vanto) e basta. Corriamo per arrivare dove? Col nostro lavoro ci circondiamo di oggetti inutili. La mia camera è un monumento alla inutilità, ho accumulato suppellettili e beni di cui obiettivamente non mi giovo se non nel compiacimento di averli. Poca roba davvero.

 

Anche la speculazione in questo momento si è fatta strana. Non ragioniamo più liberamente sui massimi sistemi. Non riflettiamo più sull’ampio, su ciò in cui siamo immersi. Noi siamo così introflessi che le volte in cui ragioniamo, le volte in cui ci fermiamo a riflettere lo facciamo su noi stessi. Questo 9 su 10 finisce irrimediabilmente per cagionarci ansia. Oggi quando ci fermiamo a riflettere, finiamo solo per acuire la nostra ansia, il nostro malessere. Perchè amplifichiamo smodatamente il nostro io, che in qualche modo non ci piacerà e quindi usciremo dalla riflessione più stanchi e tristi. Eviteremo allora al massimo di riflettere. Tutto ciò accade perchè non guardiamo oltre nelle nostre elucubrazioni. Nessuno si concentra più sulla bellezza del creato, sull’armonia delle forme. Sulla singola goccia di pioggia oltre la sua fisicità atmosferica. Chi pensa alla perfezione e all’equilibrio che ci sono nel mondo. Finiamo per catalogarle rapidamente come “robe hippy o new age” ed invece sarebbero proprio quelli i pensieri che potrebbero farci risintonizzare. Aprire una finestra e guardarci fuori è sempre meglio che esplorare una cantina. 

 

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quando fanno 41°…

scritto da sanfedista il 5 agosto 2013,09:59

Corro con la mente verso il Nanga Parabat, il

Karakorum, l’Annapurna…alla ricerca del gelo, del

ghiaccio asettico, benefico. Del bianco abbagliante

come Rod Stewart che mi sveglia stamattina. Slitte e

licheni, la mia idea di estate.

 

 

 

 

 

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